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lunedì 1 ottobre 2012

BOOTLEGMANIA: MOLLY HATCHET

 
La leggenda parla di una prostituta vissuta nel '600, si chiamava Molly ed aveva l'ascia facile. "Hatchet" Molly era un'assassina! E MOLLY HATCHET erano veramente un gruppo assassino!!! Pericoloso sestetto proveniente da Jacksonville, Florida, si presentavano al pubblico discografico con i fucili spianati e le asce del grande artista Frank Frazetta. Sul palco le asce avevano sei corde ed erano tre, imbracciate dai possenti Dave Hlubeck, Steve Holland e Duane Roland, il fronte di fuoco era completato dal basso di Banner Thomas e la batteria di Bruce Crump e sopratutto da un frontman eccellente, un vero pezzo da 90, amato ed idolatrato dai fans, il leggendario Danny Joe Brown.


Formatisi a metà anni settanta, lasciarono presto il circuito dei piccoli bar di provincia e firmarono un contratto con la Epic sotto la guida dello stesso manager dei loro illustri concittadini LYNYRD SKYNYRD. Fu così che nel 1978 pubblicarono il primo omonimo album, bellissimo, un travolgente assalto sonoro, suono moderno (per l'epoca), composizioni perfette, trascinanti, nove pezzi che costituirono per anni l'ossatura degli spettacoli dal vivo ed ancora oggi sono naturalmente i pezzi forti della scaletta. Beh, oggi quel che rimane di quella band è ben poco, negli anni la macchina da guerra non si è praticamente mai fermata nonostante i cambi di formazione, l'inaridirsi delle idee, le dipartite, ma gli ultimi dischi prodotti hanno poco a che spartire con le origini. Potenti lo sono senz'altro, ma potrebbero benissimo portare la firma di, che so io, i RUNNING WILD o un'altra qualsiasi metal band teutonica.
Ma nel 1979 i Mollys facevano veramente paura senza dover per forza essere pesanti come macigni, il loro boogie travolgente, le loro iniezioni di adrenalina somministrate al classico Skynyrd sound erano davvero inarrivabili per qualunque coeva band. Il lavoro d'esordio, valutandolo oggi, si potrebbe definire il miglior disco di southern rock mai uscito tant'è eccitante e perfetto; non esiste molto in effetti di tale qualità, forse giusto Second Helping mette in sequenza così tanti fuoriclasse ma il suono della band di Gary Rossington era ben più timido e rootsy. Il pubblico al quale si rivolge la giovane band della Florida è quello decisamente rock, la produzione di Tom Werman, le violente copertine di Frazetta, i concerti europei in compagnia di Whitesnake, Ramones, Motorhead e simili, e quel pubblico certo non rimane deluso. Non dovrebbe essere troppo difficile procurarsi alcune delle eccellenti registrazioni tratte dalle esibizioni di quel magico anno, concerti promozionali trasmessi per radio e quindi di eccellente qualità. Dai miei "archivi" estraggo con gioia ed orgoglio quello show di Louisville del 19 Aprile, quello del giorno successivo all'Agorà di Atlanta, Georgia oppure la più breve esibizione al festival di Reading. Concerti esaltanti, energici oltremodo, che fotografano al meglio quella che era la proposta del sestetto; live in Louisville è il più completo, quasi tutto l'album d'esordio viene presentato ad un pubblico entusuasta, le punte di diamante sono le fantastiche Bounty Hunter, Gator Country o quella fantastica cover di Dreams (Gregg Allman) completamente trasformata rispetto all'originale; ci sono poi T For Texas di Jimmy Rogers e Crossroad Blues di Robert Johnson già passate per le mani dei Lynyrd Skynyrd ed ulteriormente rinforzate.


Ma c'è sopratutto anche quella lunga e travolgente Harp Jam che fa coppia con la conclusiva Boogie No More, due pezzi che possono mettere al tappeto chiunque. La prima è un lunghissimo boogie che permette l'esibizione solista di ogni membro del gruppo compreso, come da titolo, un infuocato Danny Joe all'armonica, l'altra è la mazzata finale, partenza a media velocità e voce possente che ha solo il tempo di cantare una breve strofa prima della fulminea accelerazione e poi giù un diluvio di note alla Free Bird che mette fine ad un'ora e un quarto di pura energia. In scaletta anche pezzi dall'ancora grande Flirtin' With Disaster, nel concerto di Reading viene anche sparata la bruciante title track sulle teste di un pubblico completamente asservito alla causa sudista.
Purtroppo questi nastri non sono mai stati editi ufficialmete ed abbiamo dovuto aspettare quel, secondo me deludente, Double Trouble del 1985, quando la band è quella senza il tridente e con i fastidiosi synth di John Galvin. Peccato, anche i MOLLY HATCHET avrebbero avuto il loro bel doppio live competendo ad armi pari o forse superando anche l'eccellente One More From The Road dei loro influenti concittadini che tutti conoscono.

G_BARONCELLI






  


lunedì 24 settembre 2012

DEEP PURPLE: Abandon (1998) e la fine di un'era

ABANDON: l'abbandono totale alla musica come dichiarò all'epoca della pubblicazione Roger Glover, anche però gioco di parole col fatto che, uniti più che mai ed in splendida forma, i DEEP PURPLE erano all'epoca "a band on" ovvero una band attiva, positiva, giusta. Letto con gli occhi di oggi risulta essere purtroppo anche l'ultimo album in studio prima dell'abbandono di Jon Lord. Il disco è eccellente sotto tutti i punti di vista, composizione, suono, packaging, il migliore dalla reunion, al pari di PERFECT STRANGERS pensai all'epoca della sua uscita e sono ancora di questo parere.
 


IL CD PROMOZIONALE CONTENENTE ESTRATTI DALL'ALBUM ED UN'INTERVISTA


Vedere i DEEP PURPLE oggi dal vivo può avere ancora un senso?
La band è sicuramente affiatatissima, sulle qualità tecniche naturalmente non si discute, Roger Glover è, negli anni, cresciuto sempre più e "on stage" domina con la sua carica ed il suo suono possente facendo coppia con il vero e proprio "mostro" che è Ian Paice, inspiegabilmente ancora al top, oltre i limiti dell'umano. Se analizziamo la storia del rock però dobbiamo constatare che quelli di oggi non sono i DEEP PURPLE ma forse andrebbero definiti come la miglior cover band mai esistita. E' un pò perfido affermare ciò però è la storia che parla. Alla fine degli anni sessanta il beat ed il rhythm'n'blues bianco si stavano pian piano indurendo sempre più, dagli Yardbirds sarebbero nati i Led Zeppelin, dagli Earth i Black Sabbath, dagli Spice gli Uriah Heep, i DEEP PURPLE avrebbero licenziato il "morbido" Rod Evans per rinforzarsi col diamante grezzo che urlava all'epoca con gli Episode Six, il giovane Ian Gillan. La nuova formazione, anche se non la prima, diventò per tutti quella "originale" e fù l'autrice di capitoli fondamentale per tutto il rock inglese. L'elemento caratterizzante di questa band era il marcato dualismo tra chitarra e tastiere, organo Hammond per la precisione, che si davano battaglia a forza di assoli sul palco. Jon portò la band IN CONCERTO, Ritchie li portò IN ROCK, la classica fusa con l'hard rock ed il r&b, quello divenne il loro marchio di fabbrica.
Dopo l'ascesa arrivò però l'inevitabile declino, l'altalenante successo portò a sostituire ancora la coppia basso/voce fino a che, colpo di scena, anche "the man in black" diede forfait non contento dell'avvicinamento al funky e R&B. Come Taste The Band, l'album con l'americano Tommy Bolin è un capolavoro anche se Speed King è Fireball sono lontane, però è la dimostrazione che i ragazzi possono fare grandi cose anche senza Blackmore che non vuole fare musica "da lustrascarpe" come si espresse egli stesso in una forma, diciamo, poco gentile verso la popolazione di colore e la loro musica. Con la reunion del 1984 però appare nuovamente evidente che i DEEP PURPLE sono loro, Gillan, Blackmore, Lord, Paice, Glover e nessun'altro è come loro. Tant'è vero che quando le nuove beghe interne portano ad un tour con Joe Satriani al posto di Ritchie o ad un penoso album con Joe Lynn Turner al posto di Gillan, la delusione è tanta e l'insuccesso pure. Dopo le ennesime furibonde liti tra Gillan e Blackmore e le figuracce sul palco anche documentate nel video di Come Hell Or High Water arriva il definitivo abbandono del chitarrista e la band "rinasce" con l'innesto del migliore axeman sulla piazza, Steve Morse. L'americano è oggi una delle migliori sei corde in ambito hard rock e fusion e dopo un certo periodo di rodaggio insieme, i cinque raggiungono un impatto sonoro superlativo, con una giusta dose di novità e tradizione.





Al primo appuntamento discografico, nonostante l'alta qualità ed indubbia bellezza di alcune composizioni, la differenza col passato è forse troppo evidente, accentuata anche dalla timbrica di Morse completamente diversa da quella di Blackmore, ma con l'uscita discografica del 1998 di cui vado finalmente a parlare, la vetta è di nuovo raggiunta. Sui palchi di tutto il mondo i nostri eroi hanno raggiunto un'intesa perfetta, le scalette dei concerti non sono più costituite dai soliti immancabili hits ma vengono recuperati praticamente tutti i brani che facevano parte dei vari Machine Head, Fireball, In rock, brani che non erano mai stati suonati prima dal vivo, e probabilmente gran parte della responsabilità di tale blasfemia è da attribuire al bizzoso Ritchie. Uno di questi gioielli, la splendida Bloodsucker, viene addirittura riproposta in chiusura dell'album che voglio recensire oggi. E' un grande regalo a tutti i fans, posto a concludere in bellezza un album, lo ripeto, straordinario, che serve anche a dimostrare al mondo ed a Gillan stesso che la sua ugola è ancora in grado di affrontare tali irti percorsi. PURPENDICULAR non è certo brutto ma innanzitutto è agli occhi di molti l'album che presenta l'impostore Morse, poi il suono è completamente diverso dal passato, certe sonoritò proprio non mi piacciono anche se alcune composizioni sono splendide come l'opener Ted The Mechanic che, ricordo, dal vivo accompagnava un pogo scatenato. Grandi anche Sometimes I Feel Like Screaming e Losin' My Strings, superlativa è poi la saltellante Rosa's Cantina, con armonica ed un grande Lord. Ci sono però anche pezzi imbarazzanti e ABANDON è certo un'altra cosa. 
L'apertura è affidata all'aggressivo cantato di Any Fule Kno That, quasi parlato su un riff all'unisono organo/chitarra sorretto dalla possente batteria di Ian Paice, breve assolo, cambio di tonalità e ripetizione ossessiva.
Almost Human ha un andamento simile con una bella e complicata scala che introduce un bell'assolo di Morse.
Splendida atmosfera con Don't Make Me Happy, che alle prime note ricorda When A Blind Man Cries e poi acquista energia con l'espressivo canto di Mr. Gillan. Uno dei brani più belli che fa da preludio a quello che secondo me è il capolavoro del disco, tastiere paradisiache, esplosione con un grandioso riff, tempo tagliato: così si sviluppa Seventh Heaven che dopo un paio di giri di cantato vede un abbassamento, un assolo in crescendo e nuova esplosione sonora fino al finale. Grandiosa e vagamente "progressiva". Cambi di atmosfera anche all'interno di Watching The Sky, un altro picco creativo dell'album. Gillan passa dalla dolcezza estrema all'aggressione più totale mentre i suoi compagni ci danno dentro che è un piacere. Per ora siamo a 5 su 5, "finalmente" arriva un brano che mi piace un pò meno, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi!
Fingers To The Bone mi piace in effetti meno, sopratutto per la scelta dei suoni anche se il pianoforte a metà è grande, anzi dovrebbe durare di più, svilupparsi e crescere. Comunque è il secondo "lento" del disco ed ha il merito di essere costruito in modo originale.
Passiamo alla divertente Jack Ruby con le urla Gillaniane poste su un cadenzato giro blues alla Moby Dick / Rat Bat Blue.
She Was è invece quasi un riempitivo, meglio Whatsername anche se ha il difetto di contenere uno di quei refrain orecchiabili/radio friendly che odio. Nonostante tutto la band cerca sequenze di accordi fantasiose per mescolare un pò la minestra. Torniamo ai livelli iniziali con 69, che racconta di un periodo magico e Gillan si diverte a citare i vari locali che hanno segnato condizionato la sua crescita artistica, in tutto su un riffaccio prepotente, un suono di chitarra magnfico ed un Paice che pesta come un dannato. Evil Louie ha un testo che può essere criptico o nonsense, decidete voi, musicalmente è valida e permette alla sezione ritmica di divertirsi parecchio. Ed ora teniamoci forte perchè il disco, come detto, si conclude con Bloodsucker ammodernata e tirata a lucido, stupenda, quel riff di organo distorto che è il marcho di fabbrica di Lord, gli assolo botta e risposta con un Morse che si arrampica su scale inimmaginabili e l'ultima strofa cantata in un graffiante falsetto che nessuno avrebbe scommesso mezzo penny potesse ancora essere alla portata di Gillan. Invece Ian era addirittura ancora in grado di proporla dal vivo. 10 e lode.

 
ORIGINALE CD SINGOLO SAGOMATO A CELEBRAZIONE DEL TOUR AUSTRALIANO


Questo capitolo discografico e decine di splendide esibizioni dal vivo diedero la prova che anche senza Blackmore i DEEP PURPLE erano ancora una band da vedere con spettacoli dal vivo freschi e vitali come dimostrano anche le diverse pubblicazioni dal vivo. Sono passati altri quattordici anni però ed il punto debole, purtroppo, è oggi proprio la voce di Gillan che non è più in grado di raffrontarsi con lo storico repertorio. Bisogna sinceramente prenderne atto, anche se devo ammettere che solo pochi mesi fa mi sono ritrovato a navigare famelicamente sul web alla ricerca di eventuali date italiane di un prossimo tour perchè mi era nata una certa voglia di rivederli. Se questo non è amore!
Quando il buon Lord prese la decisione di autopensionarsi forse capì quello che gli altri ostinatamente non vogliono ammettere ed arriviamo al quesito che ponevo in precedenza. Mancando Ritchie Blackmore e Jon Lord, siamo sicuri che i cinque che si accingono oggi a pubblicare un altro album siano davvero i DEEP PURPLE?


G_BARONCELLI


Dedico questo articolo alla grandezza di una band del passato ed alla memoria del loro tastierista, il gentile e geniale Jon Lord.
 



sabato 22 settembre 2012

HAVANA BLACKS: INDIAN WARRIOR (1988)


HAVANA BLACKS: INDIAN WARRIOR (Parlophone 1988)

Lessi la recensione di questo LP all’epoca della sua uscita (quasi venticinque anni fa) su una rivista che si occupava di heavy metal: il recensore di turno, sorpreso dal fatto che nonostanze la provenienza finnica i quattro rockers proponessero un calorosissimo sound, si sperticò in elogi descrivendoli come una magnifica nuova proposta in campo southern rock destando quindi la mia curiosità che non riuscii però ad appagare per svariati anni. Poi un giorno venni finalmente in possesso di una copia originale finlandese di questo ottimo lavoro, edita su etichetta Parlophone. PRIMO: il disco è bello, ben suonato, ben registrato, ben prodotto, piacevolissimo SECONDO: se per southern rock si intendono influenze Allman, Skynyrd, Blackfoot o almeno ZZ Top il disco NON è southern rock. Non può bastare infatti il monicker a confondere chi recensisce per mestiere: ci sono poche similitudini anche coi coevi GEORGIA SATELLITES. A me vagamente hanno ricordato, anche se in minima parte,  gente come ALLGOOD oltre a tutto l’hard rock metal americano più bluesy di quegli anni, ovvero GREAT WHITE, LITTLE CAESAR ed altri. Comunque il genere poco importa, il disco è bello energico e corroborante anche se l’affondo vero e proprio arriva solo con l’ultimo pezzo del lato A. Come parte sembra di ascoltare una cover di Paul Rodgers, assomiglia veramente molto allo stile del “divino”, anzi adesso che l’ascolto meglio mi viene il dubbio e vado a controllare i credits sull’etichetta: no, l’hanno proprio scritta loro, eppure quell’andamento della batteria in stile tardi FREE …. Il pezzo parte dal basso, cresce piano piano, poi c’è un abbassamento, poi l’esplosione, Guts, il cantante esplode in urla ed ululati, veramente molto espressivo, poi l’assolo furioso, un altro abbassamento e la seconda esplosione col finale, questo ragazzi è uno dei migliori brani che la BAD COMPANY abbia mai inciso!  Però l’hanno proprio scritto Guts Leiden e soci accidenti. Mentre lo ascolto per la terza volta di fila mi concentro e cerco di passare in rassegna mentalmente la discografia solista di Paul “THE VOICE” Rodgers, ha un vago sapore di Live For The Music, no assomiglia a Wild Fire Woman, forse qualcos’altro, comunque non si tratta di plagio ma semplicemente di affinità di stile. Quel che conta è la bellezza della canzone, veramente eccellente, che da sola vale lo sforzo per cercare da qualche parte sul web questo disco. Se lo cercate in vinile potreste trovarlo per una manciata di eurini come per alcune decine, dipende dalla fortuna!

G_BARONCELLI



giovedì 20 settembre 2012

CAVALLI DI RAZZA: FIVE HORSE JOHNSON


Un Johnson da 5 CV non credo sia un gran motore, non sono certo un lupo di mare ma credo proprio di non sbagliare. Non conosco il motivo che ha portato Eric Oblander (voce ed armonica) e soci alla scelta di tale monicker al momento della nascita negli ormai lontani primi anni novanta ma, FIVE HORSE JOHNSON, sono tutt'altro che dei "brocchi", anzi sono autentici cavalli di razza o forse, più che purosangue da corsa, direi possenti cavalli da tiro, un quartetto capace di dispensare mazzate a destra e manca da quasi vent'anni. La loro discografia non conosce ad oggi cedimenti ed incertezze ed è costituita da cinque albums (presto saranno sei) fieri, agguerriti, selvaggi e ben prodotti, tutti su etichetta SMALL STONE più un raro mini di esordio che conservo gelosamente nella mia discoteca. Un pezzo ormai raro, stampato in pochi esemplari dalla minuscola SIN KLUB ENTERTAINMENT per avere il quale, ammesso che lo si trovi in vendita, bisogna sborsare oggi diverse decine di eurini. Brutale minimal-boogie registrato dal vivo al Griffin's Hines Farm di Toledo, OHIO, glorioso locale del quale viene fieramente narrata la storia completa nelle note di copertina e dal quale è passata gente del calibro di BB King, Count Basie, Jimmy Reed ed il maestro di boogie John Lee Hooker.  Oddio, le cose migliori 5HJ le hanno partorite pochi anni dopo per cui questo, come il successivo esordio sulla lunga distanza, non sono proprio fondamentali se non siete collezionisti come il sottoscritto. Se le finanze sono limitate invito ad investire su altri titoli, ad esempio THE N°6 DANCE, ad oggi il loro "manifesto", ovvero il disco che contiene tutti gli stilemi del quartetto, la definizione perfetta del loro hard boogie stoner, chitarre pesanti, ritmica potente, voce ghiaiosa, inserti di armonica, il tutto completato da un ottimo songwriting, perfetta produzione e grafica adeguata. THE N°6 DANCE, il terzo album, uno dei più trascinanti albums di tutto il 70's revival anni novanta è quindi il disco che fa innamorare della band ogni amante della buona musica sanguigna e ruspante.

 
Già con l'esordio, DOUBLE DOWN (Small Stone 1997) prodotto dal leader dei RAGING SLAB Greg Strzempka, avevano centrato l'obiettivo presentando alle masse, grazie all'ottima distribuzione garantita dalla label di Detroit, il loro possente boogie. Bel disco, ricordo volentieri People's Jam, quel lungo pezzo che sembrava un outtake dei lisergici STEPPENWOLF e l'ossessiva Wash Your Hands. FAT BLACK PUSSYCAT (SS 1998) migliora il suono e prepara il terreno al masterpiece di due anni dopo. Pausa un poco più lunga ed ecco nel 2003 la pubblicazione di THE LAST MEN ON EARTH che non delude affatto anche se nel complesso mi sembra che si allinei un pò con la produzione stoner standard. E' vero che, sfumato l'effetto sorpresa, il perseverare verso una direzione ben definita e priva di qualsiasi cambio di rotta può portare ad un calo creativo ma, se si hanno le carte in regola e non si ha fretta di pubblicare dischi a raffica, si può riuscire a mantenere più che dignitoso il profilo artistico. Altri tre anni precedono la pubblicazione dell'ancora ottimo THE MISTERY SPOT che centra di nuovo l'obiettivo avvolgendo il suono con una patina vagamente psichedelica e proponendo un ritorno al blues con pezzi eccellenti quali Rolling Thunder, Feed That Train o Keep Your Prize oppure accenni acustici un pò alla LED ZEPPELIN in Ditch Diggers. Altro punto di forza da segnalare è la partecipazione di Jean Paul Gaster dei CLUTCH alla batteria, che da una mano dopo l'abbandono di Mike Alonso ed impreziosisce le dodici tracce proposte con la sue notevoli capacità. L'ultimo disco fino ad oggi pubblicato merita di essere preso in considerazione se pensate all'acquisto di un degno "compagno di scaffale" per quel meraviglioso ballo numero sei.


ERIC OBLANDER

Poi un lungo standby, durato anche troppo, ma oggi Eric Oblander, Brad Coffin e Steve Smith hanno pronto un nuovissimo lavoro intitolato THE TAKING OF BLACK HEART, uscita prevista per il 29 Gennaio 2013, che spero saprà confermare quanto di buono è stato fatto in questi anni e magari, chissà, stupire positivamente. Le registrazioni sono state completate ancora con Gaster anche se è già stato annunciato l'inserimento di un batterista stabile, l'etichetta è ancora la Small Stone, lo stoner sembra aver esaurito gran parte della propria creatività ed è un pò passato di moda ma, se buon sangue non mente, tra qualche mese sarà di nuovo il momento di mettere sul piatto (come si diceva una volta) FIVE HORSE JOHNSON.
THE ROLLING BLUES REVUE attende con impazienza!
 
G_BARONCELLI


L'ANTEPRIMA DEL NUOVO DISCO

YESTERDAY AND TODAY: S/T (1976)





YESTERDAY AND TODAY (1976) è un disco travolgente, un esordio che combatte ad armi pari con i più famosi debutti di VAN HALEN (1978), MONTROSE (1973) o TED NUGENT (1975) in quanto ad energia, tecnica e feeling. Ogni serio cultore di hard rock e rock'n'roll in genere dovrebbe secondo me procurarsi una copia di questa eccellente e mai eguagliata prova discografica magari accaparrandosi la versione originale in vinile, pubblicata su LONDON RECORDS e per quanto ne so mai ristampata; scopro ora che anche la mia copia compact, l'originale su MONDO RECORDS (MRC 10010) che risale al 1992 è piuttosto difficile da reperire e se la si vuole bisogna sborsare oltre 100 dollari anche sul web (260 per la precisione su amazon per una copia giapponese!).
Tralasciando il lato venale passiamo a quello artistico che è quello che naturalmente maggiormente ci interessa in questa sede e che mi ha spinto a parlare della band di Dave Meniketti. Parecchi anni fa, impressionato più che favorevolmente dall'ascolto di BLACK TIGER (A&M 1982) acquistai il CD e subito cuore e timpani si riempirono di gioia e fui travolto dalle chitarre di Meniketti e Joey Alves e dalla tuonante ritmica di Leonard Haze e Phil Kennemore. Haze è il tipico batterista che si fa riconoscere in mezzo a cento "mazzuolando" a dovere le pelli dei propri tamburi, ha il tuono nelle mani (alla Cozy Powell per intenderci) ed insieme al bassista tiene testa alle vorticose note dei due chitarristi. Meniketti poi è dotato anche di una voce molto particolare, ottima estensione con quel leggero tremolìo che lo rende unico, non è né Gillan né David Lee Roth e non è neanche così selvaggio come il pazzo "hunter" che ho citato in apertura ma da valore alle composizioni, nove potenti pezzi carichi di energia e feeling. La fama è stata raggiunta più tardi, negli ottanta, e la classifica è stata scalata con pezzi come Summertime Girls, bel video clip certo, ma niente di più. Nel primo disco invece troviamo composizioni di valore assoluto come Fast Ladies, la varia Game Playing Woman, la stupenda ballad intitolata My Heart Plays Too, l'ottima Animal Woman cantata a due voci e così via fino alla chiusura affidata a Beautiful Dreamer, signore e signori un eccellente brano, ritmica al solito superlativa, un incedere fiero ed una splendida melodia su una sequenza di accordi "spagnoleggiante" che si ficca nella testa e vi rimane ben oltre i 5' e 34" dell'effettiva durata, breve assolo, nuovo ritornello e poi mentre Haze cerca di sfondare le pelli dei malcapitati tamburi, Meniketti brucia la sua anima con un lungo e travolgente assolo senza fine, tirando allo spasimo quelle sei povere corde (chi si ricorda The Rocker dei THIN LIZZY alzi la mano), fino all'epilogo che lascia la voglia di rimettere da capo il pezzo per godere nuovamente allo stesso modo.
Più tardi sono arrivate le paillettes, le permanenti, i videoclips e la classifica: nel 1976 YESTERDAY AND TODAY erano pura dinamite e mi è parso giusto ricordarli su queste pagine. Buon ascolto.
 
G_BARONCELLI
 
 
 
 

mercoledì 18 luglio 2012

JON LORD (1941-2012)





Spesso mi sono ritrovato a riflettere, con angoscia, su come sarebbe stato il perdere definitivamente la compagnia di musicisti che mi hanno letteralmente preso per mano, all'epoca appena adolescente, indicandomi la strada della musica con la M maiuscola e contribuendo non poco alla formazione della mia personalità ed all'espansione della mia cultura musicale e non.
Fino ad oggi la perdita di musicisti importantissimi mi aveva naturalmente toccato ma valutando oggi mi viene da dire solo marginalmente. Steve Ray e Jeff Healey naturalmente erano stati un brutto colpo ma in fondo erano si due tra i migliori musicisti degli anni ottanta/novanta, innovativi nell'uso della sei corde al pari di Jeff Beck e Jimi Hendrix probabilmente, ma il dispiacere era dovuto in gran parte alla loro giovane età ed al rammarico per il non poter più godere della loro arte. Chissà cosa avrebbero potuto darci ancora. Era lì il punto.
La prima volta che sono stato veramente male è quando ho saputo di Rory Gallagher, un vero pilastro del blues, una vera influenza per una vastissima schiera di chitarristi, uno di quelli che la storia l'aveva scritta. Uno che da giovane picchiava veramente duro col suo trio, ben più di Jimi ed Eric. Quando lo vidi dal vivo mi sbalordì, avevo una vera leggenda lì a pochi metri, con la sua Stratocaster scorticata ed il suo giubbotto di pelle nel calderone di Piazza Duomo, Pistoia, una sera di Luglio di tanti anni fa. Stavolta però è diverso: se ne è andato Jon Lord, l'uomo che ha fondato i DEEP PURPLE, il gruppo con il quale sono cresciuto, che mi ha fatto scoprire l'hard rock, che mi ha spinto a provare a suonare la batteria in principio e la chitarra poi. Il gruppo del quale volevo avere tutto e per il quale sono diventato collezionista, dischi in vinile e registrazioni live, cassette che scambiavo per corrispondenza con collezionisti di tutto il mondo. Ho visto diverse volte i DEEP PURPLE dal vivo, poi un giorno la sorpresa, eravamo nei pressi di Pisa, di trovare Don Airey al suo posto, si era sparsa la voce che Jon avesse problemi al ginocchio ed avesse dovuto rinunciare ad alcune date. Airey diventò il sostituto definitivo ma io non mi ero ancora abituato, in tanti probabilmente speravamo in una reunion un giorno, chissà. Invece il tempo è passato, Jon si è dedicato alla sua amata musica classica, ha registrato dischi ed organizzato concerti, ogni tanto tornava al rhytjm'n'blues con gli Hoochie Coochie Men ma fondamentalmente si teneva lontano dai grandi e faticosi tour. Poi tempo fa l'agghiacciante notizia della malattia, credevo potesse farcela, qualche breve notizia qui e là parlava del buon andamento delle cure; invece nulla. Due giorni fa, appena rientrato da una splendida serata di musica live, navigando sul web ho appreso la triste notizia che mi ha lasciato di stucco. L'unica cosa che mi conforta è che "il maestro" ha potuto vivere intensamente la sua vita e ci lascia un'eredità immensa. Finchè il mondo continuerà a girare la sua musica continuerà a vagare nell'etere, fonte di godimento per milioni di ascoltatori ed influenza primaria per centinaia di musicisti. In Rock, Machine Head, Made in Japan, l'incredibile assolo di Burn, la splendida esecuzione live di Gemini Suite, Before I Forget, i titoli migliori degli WHITESNAKE ove in verità risalta ben poco, il bellissimo Sarabande, la magia di Perfect Strangers, Pictured Within, Abandon oppure il progetto semi-goliardico di First Of The Big Bands in compagnia dell'amico Tony Ashton e gente del calibro di Ron Wood, Peter Frampton e Cozy Powell,  una serie di capitoli in ordine sparso che lo terranno per sempre vivo nella mia stanza della musica. Questo era, ed ancora è, Jon Lord.

G_BARONCELLI

martedì 28 febbraio 2012

RAGING SLAB: SOUTHERN GEM

Tutto quanto scritto per introdurre la recensione di "Booty and the beast" di Popa Chubby (vedi) riguardo l'importanza del produttore può valere per i RAGING SLAB, band hard sudista dalle alterne fortune. Nel corso della loro venticinquennale altalenante carriera sono riusciti a pubblicare  alcuni degli albums più brutti che io abbia mai sentito alternati ad almeno un paio di capolavori in ambito rock sudista. Partiti come quartetto hard abbastanza anomalo visto che la seconda chitarra è una slide ed è affidata a Miss Elyse Steinman, incidono per la BUY OUR RECORDS, piccola etichetta indie orientata verso il punk e l’hard, il primo interessante lavoro intitolato ASSMASTER, vinile pubblicato in un’attraente versione che vede i nostri raffigurati come personaggi di un fumetto ed include infatti un comic-book di venti pagine. Il principale compositore è il cantante e chitarrista Jagory Slab che solo più tardi si firmerà col proprio reale ed impronunciabile nome (Gregory Strzempka), gli altri sono Alec Morton al basso e Tim Finefrock alla batteria: la musica è tutto sommato piacevole, è ben diversa dalla marea di american metal che và per la maggiore all’epoca ma tutto sommato non lascia più di tanto il segno. Strutturalmente ci sono già alcune delle caratteristiche genetiche del gruppo ma non vi è nulla di memorabile, non splende neanche la “Shiny Mama” che anni dopo splenderà sull’omonimo inciso per la RCA.
La BOR rinnova il credito con la pubblicazione di un 12 pollici che contiene la grande Get Off My Jollies, con un gran lavoro della sezione ritmica (Kenny Kness alla batteria) e trascinanti assoli e cambi di tempo, la bruciante Shrivel e la movimentata I Heard The Owl. La band è pronta per il grande salto con una major in grado di fornire il budget necessario per assicurarsi un buon produttore, ottimi arrangiamenti ed un sound spettacolare. Gli SLAB si presentano oggi come un quintetto di moderni cowboys dopo l’innesto di un terzo chitarrista, Mark Middleton, e l’arrivo di un nuovo batterista nella persona di Bob Pantella che però praticamente non suona nel disco visto che dietro le pelli troviamo due assi come Tony Scaglione (SLAYER) e Steve Wacholz (SAVATAGE).  Il New York Post scrive: i LYNYRD SKYNYRD incontrano i METALLICA nel debut-album di una delle più calde hard rock bands della nostra città, grande nome ed intenso guitar sound. I cinque sono completamente immersi nella nascente seventies mania ma, ciò che più conta, i pezzi sono davvero spettacolari. Il disco è di quelli da ascoltare e riascoltare dall’inizio alla fine sempre con la voglia di ripartire dall’inizio, la proposta è veramente esaltante ed è un peccato che uno dei migliori albums della decade non abbia venduto quel tanto da garantire una continuità in casa RCA. E pensare che Greg, imitando quello che Ronnie Van Zant e soci fecero tanti anni prima, amava proporre dal vivo una cover della band sudista ribattezzata “Workin’ for RCA”.
Disco da 5 stelle dicevo che si apre con una splendida Don’t Dog Me, dalla possente sincopata ritmica metal e dal facilmente memorizzabile refrain. Il muro di suono ricorda in effetti più da vicino quello dei MOLLYS piuttosto che gli SKYNYRD (Waiting For The Potion), ci sono assoli di dobro, le preziose backing vocals del divino ed indimenticato  Ray Gillen nella nuova versione di Shiny Mama, l’aggressivo micidiale attacco di Get Off My Jollies in puro Savatage style, la tradizione western in una delle mie preferite, Geronimo, la sabbia del deserto nella splendida Bent For Silver che fu ottimamente promossa con un video che si rifaceva al cult  FASTER PUSSYCAT KILL KILL del “mago del cinema” Russ Meyer.


Questi sono senz’altro gli anni migliori per la formazione americana e dispiace constatare che l’album successivo, FROM A SOUTHERN SPACE, non vide mai la luce. La versione che ascolto certo è costituita da demos ma almeno quattro degli otto pezzi registrati sono di ottimo livello: Pretty Little Foot e la splendida Laughin’ And Cryin’ proseguono il discorso intrapreso col disco precedente spingendosi ancora avanti, verso un suono ancora più personale, questo è il marchio di fabbrica del gruppo, avvertibile anche in Full Moon Pull e This Is Not A Story. Sul resto ci sarebbe da lavorare, Woe Is Me ad esempio potrebbe essere arricchita da un organo Hammond e da backing vocals ben fatte, gli altri pezzi andrebbero senz’altro rivisti ma una chance per la pubblicazione il lavoro avrebbe dovuto averla. Invece niente. I cinque vanno comunque avanti, scrivono altri pezzi e registrano altri demos ma la RCA ancora non è disposta a pubblicare un altro album, FREE BURDEN. Il disco, che avrebbe dovuto uscire con una grafica nel più classico MOLLY HATCHET’s style si apre con un’autentica bomba, una cover di We’re An American Band dei GRAND FUNK RAILROAD. Ehi, i ragazzi picchiano duro, sprizzano energia da tutti i pori e non si limitano certo a coverizzare un grande classico, mettono sul piatto una grandiosa Anywhere But Here, Human Cannonball e tutta una serie di classici incredibilmente freschi e personali. La voce di Strzempka stupisce per l’incredibile ruvidità che esibisce in Run Down Sun ma stavolta arrivano anche le influenze del più classico suono country americano nelle splendide So Help Me e Lynne, due dei miei pezzi preferiti in assoluto, con tanto di violino e banjo. Non è possibile che un disco così non arrivi sugli scaffali dei negozi, si capisce invece perché la gente non compra più dischi.
Ma finalmente arriva il 1993, arrivano Rick Rubin, la sua DEF AMERICAN e la magica mano di Brendan O’Brien che si piazza dietro alla consolle e modella le splendide composizioni di Greg Strzempka lucidandole a specchio, belle pronte per il loro disco migliore, DYNAMITE MONSTER BOOGIE CONCERT, un vero spettacolo pirotecnico. Dopo quanto scritto per FREE BURDEN è difficile trovare ulteriori aggettivi per descrivere la qualità e la bellezza delle canzoni. Alcuni pezzi infatti provengono proprio da quelle session, in più viene recuperata Laughin’ And Cryin’ dall’altro lavoro non pubblicato. Grazie alla produzione il suono è veramente sfavillante e tutto è al posto giusto, la promozione è buona, Take A Hold e Pearly sono due bellissimi singoli che uniscono tradizione ed energia e vengono pubblicati in edizioni arricchite da inediti e brani live.


 
 

DYNAMITE MONSTER BOOGIE CONCERT rappresenta, insieme all’album su RCA, la vetta artistica del chitarrista-cantante di origini polacche e proprio da qui riparte il mio racconto. Questi album sono due vere e proprie pietre miliari nell’ambito della produzione del nuovo southern rock, quello reso di nuovo grande da BLACK CROWES, SCREAMIN’ CHEETAH WHEELIES, GOV’T MULE, GEORGIA SATELLITES, WIDESPREAD PANIC, NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS, gente che non necessariamente deve essere nata al sud, che non ricalca pedissequamente le classiche strutture skynyrdiane che decretarono il progressivo prosciugamento dell’ispirazione della generazione precedente, che non espone vessilli ribelli e pistole ma rinnova il caldo sound sudista filtrandolo con suoni moderni, ognuno a suo modo con elementi psichedelici, funky, blues, tanta improvvisazione, passione e sudore.
Forse gli SLAB neanche se ne rendono conto, forse sono stati spinti su quella strada da altri visto che, d’ora in avanti, sembrano volersi allontanare a tutti i costi da quello spettacolare suono. Forse se le finanze dell’etichetta di Rick Rubin, che nel frattempo ha cambiato nome in AMERICAN RECORDINGS, potessero garantire ancora di lavorare con Brendan O’Brien o George Drakoulias qualcos’altro di buono sarebbe venuto fuori, invece no. Il gruppo presenta una decina di pezzi per un nuovo ipotetico album, titolo BLACK BELT IN BOOGIE ma la sfortuna che già per due volte gli ha tarpato le ali in passato si ripresenta tramite un altro bel rifiuto da parte di Rubin. Beh stavolta se la sono proprio cercata! Sembra di sentire un altro gruppo, il suono anche se non definitivo trattandosi di demo è sconcertante. Econoliner in apertura potrebbe essere uno dei loro classici boogie ma le chitarre sferraglianti, alcuni effetti sulla voce, l’applicazione di un terribile simil-wah e la ripetitività non lasciano scampo: Deluxe è una specie di ballata dal suono terribile, voglio dar loro una chance e, con tanta immaginazione, provare a pensarla ben ripulita e guidata magari da un paio di chitarre acustiche e forse si salverebbe. Proporre un brano come Smoke Dance deve comportare una bella dose di faccia tosta, in Pete Best oltre ai suoni minimal riescono ad inserire anche un’armonica “infantile”, un vero schifo. Soprassediamo sul resto.



Ben decisi a proseguire la loro personale battaglia contro la piacevolezza ed il buon senso, Strzempka e Steinman (nel frattempo Middleton se n’è andato) attentano alla salute dell’ipotetico ascoltatore riuscendo a farsi pubblicare SING MONKEY SING che fortunatamente esce piuttosto in sordina (tra l’altro con una copertina abominevole) ed in pochi se ne accorgono. Nei successivi quattro anni nulla arriva nei negozi di dischi ma poi, nel 2001, la TEE PEE RECORDS, specializzata in stoner, mette sotto contratto il quartetto che registra nel personale studio THE DEALER, utilizzando ben tre batteristi diversi (fin’ora ne avevano già cambiati una bella serie). Il disco viene pubblicato anche in una bella edizione in vinile con copertina apribile e la band è adesso ben inserita nel circuito stoner/alternativo e lontana da quei territori sonori rifacenti alla tradizione americana nei quali si erano avventurati in quello splendido periodo di inizio ’90. La qualità stavolta è buona, purtroppo la strada ormai è quella dell’autoproduzione e delle scelte autoctone per cui, anche se stavolta più brillante, il marchio di fabbrica è ormai quel ruvido sferragliante suono che certe volte proprio non mi và giù. Il cinquanta per cento delle composizioni comunque gira piuttosto bene; i MOLLY HATCHET tornano in Too Bad e le influenze southern in That’s Alright o Double Wide, forse la composizione migliore. Trascinante l’opener Here Lies. Non male neanche That Ain’t What I Mean e Sir Lord Ford appesantita però dal medley con un oscuro pezzo dei BLACK OAK ARKANSAS. Il resto và avanti tra alti e bassi con punte verso il basso nei due pezzi purtroppo affidati alla voce di Elyse Steinman che fanno calare di un paio di punti la valutazione globale. L’anno seguente sembra quello della svolta quando i quattro si ripresentano con un disco che richiama nel titolo e nella grafica il debutto dei LYNYRD SKYNYRD: Pronunced Eat Shit è graficamente un clone di Pronunced Leh-nerd Skin-nerd con i quattro vestiti con jeans, velluto e frange ed il retro col pacchetto di sigarette. Presi dall’entusiasmo ci si tuffa nell’ascolto dei tredici brani ma come la musica parte ci si rende conto purtroppo che il disco è ancora farcito di quei brani lenti e strascicati, suoni ruvidi e colpo di grazia le lead vocals qua e là della Steinman, nel complesso un passo indietro rispetto al predecessore.
I RAGING SLAB sono purtroppo finiti da anni anche se ostinatamente ed avidamente mi sono procurato ogni loro uscita discografica. Per chi non li conoscesse consiglio caldamente di procurarsi DYNAMITE MONSTER BOOGIE CONCERT e RAGING SLAB (recentemente ristampato), due pezzi da novanta che sempre mi rimarranno nel cuore, evitando accuratamente il resto.

G_BARONCELLI


Per completezza cito il fatto che Greg Strzempka per un certo periodo si unì come frontman ad un gruppo scandinavo autore di uno spettacolare album di super heavy southern rock, BACKDRAFT la band, HERE TO SAVE YOU ALL il disco. Greg dapprima cantò con loro dal vivo, poi cambiarono il nome in ODIN GRANGE, poi tornando all’origine hanno pubblicato ad oggi altri due dischi.
Nella seguente discografia ho volutamente omesso i CD singoli promozionali privi di copertina.

 
 
 

martedì 7 febbraio 2012

TRAPEZE: WE'RE JUST THE BAND

LIVE IN TEXAS, DEAD ARMADILLOS è uno di quei grandi albums dal vivo che tutte le grandi bands pubblicarono a partire dai primissimi anni settanta fino a circa metà degli ottanta. L'avvento del CD poi ha interrotto la grande tradizione dello spettacolare "doppio LP" live; il doppio era un traguardo importante ed era molto più impegnativo del classico long playing che poteva durare anche poco più di mezz'ora, per pubblicare un live poi bisognava avere un certo repertorio che giustificasse tale pubblicazione e che non facesse calare la tensione sulla lunga distanza. Tutte le grandi bands l'hanno fatto, non tutte sono riuscite a riportare la loro grandezza su vinile (vedi ad es. LED ZEPPELIN) altri sono riusciti ad entrare nella leggenda (DEEP PURPLE ed ALLMAN BROTHERS BAND, i due doppi più belli di tutta la storia del rock).
Ci sono tanti altri esempi, LYNYRD SKYNYRD, UFO, BOB SEGER, NEIL YOUNG, IRON MAIDEN, URIAH HEEP. QUEEN.
Tanti altri si sono accontentati di un singolo LP come nel caso del gruppo che prendo in esame oggi, TRAPEZE, splendida e misconosciuta hard rock/funky band inglese, guidata dal chitarrista Mel Galley e trampolino di lancio per ottimi musicisti finiti poi in ben più importanti bands. Il batterista originale Dave Holland entrò nei JUDAS PRIEST, il cantante/bassista Glenn Hughes nei DEEP PURPLE, lo stesso Galley si unì ai WHITESNAKE. Per qualche anno militò nel gruppo anche il cantante Pete Goalby prima di andare ad impreziosire lo stupendo Abominog degli URIAH HEEP; è proprio lui il frontman in questo splendido live registrato all'Opry House di Austin TX nel Maggio 1981, accompagnato dal chitarrista fondatore e dalla sezione ritmica costituita da Pete Wright basso e Steve Bray batteria.




L'album uscito su AURA RECORDS è stato ristampato nel 1996 dalla benemerita SEE FOR MILES e, come il resto della discografia originale, non è così facile a trovarsi ma se doveste imbattervi casualmente anche nella ristampa in CD non fatevelo scappare perchè ne vale la pena. Feeling, sudore, ottima tecnica, grande voce, validissimo chitarrista, entusiasmo, sono tutti gli ingredienti di questi 42 minuti di rock'n'roll intriso di funky nelle splendide "Way Back To The Bone" dalla penna di mr. Hughes e "Midnight Flyer", nella song manifesto "Black Cloud", nell'ottima "Hold On" che ricorda tantissimo lo URIAH HEEP style di un paio d'anni dopo, e nella epica "You Are The Music ... and we're just the band" del '72.
LIVE IN TEXAS, DEAD ARMADILLOS è uno di quei grandi albums dal vivo di cui parlavo in apertura solo che pochi lo conoscono, un disco diretto ed onesto per chi non si accontenta di bersì solo quello che propina il mercato, vale la pena cercarlo.


G_BARONCELLI

giovedì 15 settembre 2011

BAD COMPANY TILL THE DAY I DIE


Ogni tanto, grazie ad internet, al filesharing ed altre diavolerie del genere, la mia anima affamata di nuove emozioni, sempre più rare in campo musicale al giorno d'oggi, viene soddisfatta da qualche bella scoperta.
Stavolta ho scovato quello che ormai non speravo più di trovare dopo anni ed anni di tape trading: questa volta parliamo di un grandissimo gruppo del passato, una delle più belle voci del rock, mr. Paul Rodgers, uno dei miei preferiti, la leggendaria voce dei FREE dai quali arriva anche il "quadrato" batterista Simon Kirke, alla chitarra l'ex MOTT THE HOOPLE Mick Ralphs ed al basso l'ex KING CRIMSON Boz Burrell. Il supergruppo si chiama BAD COMPANY ragazzi e invito tutti a verificare la qualità della loro proposta musicale acquistando per lo meno i primi tre dischi che pubblicarono a metà anni settanta o se proprio ne volete solo uno beccatevi il primo omonimo, uno dei più bei debut albums di tutti i tempi, musica di qualità eccellente.




Ma torniamo alla scoperta di oggi, non sono facili da trovare registrazioni anni settanta di tale qualità audio e da qui deriva il mio entusiasmo: questi nastri, parliamo di un concerto ad Albuquerque 1976, provengono direttamente dagli archivi privati di mr. Ralphs, il quale avrebbe desiderato pubblicarli ufficialmente nel 2006 in occasione del tour che celebrava i trent'anni dalla costituzione della band. Il disco dal vivo che migliaia di fans hanno atteso per trent'anni ma non hanno mai avuto e che, ancora una volta, non poterono avere per problemi legali. La Angel Air lo pubblicò ma lo tolse quasi subito dal catalogo (usci solo in versione promozionale forse? Non so). Questo disco sarebbe potuto essere uno di quei classici doppi dal vivo anni settanta, accostabile senza troppi timori a Made in Japan, a Strangers in The Night, a Live and Dangerous, Alive ed altri fondamentali dischi live. Se i dischi in studio fino ad allora pubblicati dalle Cattive Compagnie rappresentano il meglio della loro produzione, questo concerto raccoglie il meglio di tali lavori, quindi "il meglio del meglio" gentilissimo pubblico!!!


Allora tenetevi forte, la musica comincia a fluire dalle casse dello stereo, please no mp3, no iPod e schifezze simili, trasferire su CD e regolare il volume dello stereo dal 5 in su, meglio se almeno di un paio di tacche in modo che anche il vostro amato quartiere possa apprezzare la grandezza di Paul Rodgers e soci. 
Ecco le urla del folto pubblico, poi un suono in feedback ed un annuncio semplicissimo ma efficace: "LADIES AND GENTLEMEN BAD COMPANY" ed è un boato. I ragazzi sparano subito una delle loro cartucce migliori, Live For The Music....eh si Paul anch'io......riff bello semplice e figlio delle varie Alright Now e Fire And Water, basso e batteria pompano che è un piacere mentre Mick Ralphs furoreggia con la sua sei corde. Segue Good Lovin' Gone Bad ovvero lo stampo che è servito a David Coverdale per una ventina di brani dei suoi WHITESNAKE periodo migliore. Inizio tosto e frizzante che va avanti ulteriormente con Deal With The Preacher e poi Ready For Love, capolavoro già nel repertorio dei MOTT ma che solo con la calda voce di Paul raggiunge la sua forma più completa. Wild Fire Woman ha reminescenze dei primissimi FREE, hard blues dall'incedere minaccioso e una progressione che stenderebbe chiunque. Breve intermezzo con due brani leggermente inferiori e poi Simple Man, pacata ed introspettiva con uno svolgimento a salire che ricorda l'ineguagliata Be My Friend. Seguono Shooting Star e la pausa completamente acustica di Seagull.




Il secondo dischetto si apre con Run With The Pack, brano guida del terzo capitolo discografico con Paul che si siede al piano elettrico ed un lungo finale chitarristico; poi un grande classico come Feel Like Making Love, breve intro di batteria ed è Rock Steady a guidarci verso il potente finale che vede il susseguirsi di Honey Child e la leggendaria Can't Get Enough che riceve un trattamento di oltre otto minuti e precede la maestosa Bad Company, proposta come bis, il vero capolavoro della band inglese in un'esecuzione possente e trascinante.
BAD COMPANY, magnifico gruppo oggi relegato a periodiche reunion nostalgiche che raggiunse livelli invidiabili sotto la guida manageriale di Peter Grant ed ebbe l'onore di inaugurare il catalogo della Zeppeliniana Swan Song.
Se fosse uscito un album come questo nel 1977 forse sarebbero ricordati di più e non sarebbero solo una band "da intenditori". Da riscoprire assolutamente.

G_BARONCELLI



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martedì 13 settembre 2011

TESLA: Twisted Wires & the Acoustic Sessions




Scrivo nuovamente volentieri su questa eccellente band americana da venticinque anni sulla scena, in occasione della pubblicazione di "Twisted Wires & the Acoustic Sessions", il nuovo album acustico che dovrebbe rinverdire i fasti dell'eccellente e precursore "Five Man Acoustical Jam". Non si replica esattamente l'operazione precedente però ed i ragazzi scelgono il repertorio da rimaneggiare pescando tra i brani meno noti sparsi qua e là nella loro eccellente discografia. La partenza è affidata alle renditions semi-acustiche di brani come Forevermore, Hang Tough e Edison's Medicine inframezzate dalla nuova 2nd Street, un buon brano melodico. Il quinto brano è la splendida What You Give, privata della batteria ed arricchita da mandolini e dobros, bella  naturalmente ma versione non pari all' originale. Anche Changes ci rimette, perdendo quella carica drammatica presente nella versione originale, mentre ad esempio mi pare che Song and emotion, posta in chiusura, congedi ottimamente i nostri (ex)ragazzi di Sacramento e ci lasci speranzosi di ascoltare quanto prima un "classico" lavoro completamente nuovo. Anche perchè i due nuovi brani sono belli, specialmente la ballata "Allmaniana" Better Off Without You che ripropone tutti gli stilemi che hanno reso famosi i TESLA, ovvero quegli esaltanti intrecci elettroacustici da sempre presenti nei loro brani migliori. Questa in effetti è sempre stata la forza dei TESLA, probabilmente non rendono altrettanto bene né se vanno troppo sul pesante né se scarnificano troppo la struttura delle composizioni proponendole in chiave completamente acustica: la miscela tra i due suoni è per loro il massimo, sono inarrivabili in questo.
Probabilmente mi aspettavo di più da questo lavoro, forse proprio perchè il raffronto con il fenomenale Five man... è inevitabile e, all'epoca, i ragazzi erano nel pieno dell'entusiasmo, nel momento di maggior successo della loro carriera, e sopratutto registrarono dal vivo mescolando alle loro migliori composizioni di sempre una bella manciata di classici anni 60/70. C'era la Lodi dei macinatori di hits CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL, c'erano i BEATLES ed i ROLLING STONES, i GRATEFUL DEAD ed i misconosciuti FIVE MAN ELECTRICAL BAND che offrirono la splendida Signs che quasi sembrava partorita dalla penne di Jeff Keith e Frank Hannon.
Nel complesso un buon lavoro ma aspettiamo fiduciosi il prossimo!




G_BARONCELLI


L to R: frank hannon GT, brian wheat BS, troy luccketta DR, jeff keith VC, dave rude GT,

martedì 31 maggio 2011

URIAH HEEP: MAY 26 1980, UDINE, PALASPORT. THE LOST PICTURES

Millenovecentottanta. Appoggio sul piatto del mio giradischi un vinile che mi è stato prestato, il gruppo ha un nome alquanto strano che non so bene come pronunciare: URIAH HEEP.
Non ho sentito molta musica di quel tipo ma subito quell'impasto vocale e quel cantato affascinante mi conquistano: CONQUEST, unico lavoro della leggendaria band inglese con John Sloman alla voce, controverso e non certo dello stesso valore storico dei lavori dei primi anni settanta. Ma stiamo parlando di un pezzo unico, di un periodo breve come la vita di una farfalla, di una gemma sconosciuta ai più e quasi sempre superficialmente giudicata dalla critica e da molti fans.
Oggi non voglio però fare la recensione musicale ma pubblicare alcune foto piuttosto rare che acquistai tanti anni fa, certamente più di venti, che custodivo gelosamente "in archivio" senza sapere che valore avessero. Pochi giorni fa mi sono preso la briga di scannerizzarle e di pubblicarle su facebook: successo immediato perchè rappresentano gli ultimi giorni di convivenza di Ken Hensley, membro storico, tastierista e principale compositore, con Mick Box e soci. Ken se ne andò e la band si sciolse salvo poi ricostituirsi con altri keyboard players ed ancora oggi è in attività con Mick Box saldamente al comando. Ma queste foto hanno già fatto il giro del mondo, qualche altro blog me le ha "rubacchiate" per cui penso sia giusto pubblicarle in tutto il loro splendore.
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giovedì 14 aprile 2011

MOON DOG MANE: TURN IT UP (1998)





Come promesso nel mio precedente post, eccomi qui con i fantastici MOON DOG MANE.
Turn it up! Come lo storico inizio di "Sweet home Alabama", il manifesto del rock sudista. Disco assolutamente da avere se amate il suono del sud, anche se di non facile reperibilità. Scritto e prodotto da Frank Hannon, rappresenta una scorribanda in terreno southern del biondo chitarrista e principale compositore dei TESLA. Dodici pezzi di cui due scritti in coppia con l'altro fuoriclasse del gruppo, il prima di allora sconosciuto ma dotatissimo cantante Brodie Stewart. Vi presento gli altri componenti ovvero Kevin Hampton alla ritmica, Chris Martinez al piano ed organo, Joel Krueger e Courtny DeAugustine basso e batteria. 
Accendiamo a manetta questo stereo allora e via. La canzone che da il titolo all'album ci accompagna subito nel meraviglioso territorio del sud degli Stati Uniti e colpisce per il refrain subito memorizzabile e l'impasto sonoro tra la chitarra acustica di Hampton e la splendida solista di Mr. Hannon che per l'occasione usa principalmente Fender Stratocaster. Ma la cosa che ha un maggior impatto nell'ascoltatore è certamente la splendida e caldissima voce di Stewart che nella seguente "I believe" sputa sangue e raggiunge livelli sublimi. Questo brano lo ascoltai alla radio all'epoca della sua pubblicazione e rimasi folgorato.
Siamo alla numero 3, “You turn me on”: dopo una breve introduzione con dialoghi tra i musicisti in sottofondo parte il riff, 100 % SKYNYRD’s southern, potrebbe essere tranquillamente tratto da “Street survivors” e si fatica a credere che alla slide non ci sia Gary Rossington e che l'assolo finale di honky tonk piano non sia opera del compianto Bill Powell. La seguente “Peanut on a plate”, un giro blues sempre ispirato al gruppo della Florida basato su un tessuto di acoustic slide mi ricorda molto alcune cose degli STEEPWATER, anche per timbrica vocale. Attenzione alla band appena citata, promessa mancata del nuovo southern rock, perché prima o poi ve ne parlerò. Number five, con un titolo come “Sweet southern sound” quale poteva essere lo sviluppo? Intro di acustica con un giro veramente molto simile al TESLA capolavoro “What you give”, harmony vocals in sottofondo, Fender Stratocaster e voce che al solito sprizza feeling ad ogni suono emesso; ......sweet southern melody come back to me .... mancherebbe solo una spruzzata di Hammond che è ben presente invece nella successiva “Turn the page”, più sul versante rock, slide guitar ed attacco alla RAGING SLAB, altra band "per intenditori".
"Watcha gonna do?" ha nuovamente un riff skynyrdiano, quadrata e trascinante ci traghetta velocemente verso “When I think about it now” che potrebbe benissimo essere un classico dei TESLA, semi ballad con sottofondo di Hammond, solita voce sofferta e cori soulful, assolo strappabudella in crescendo (questa sembra Gibson).  Caratteristiche riscontrabili anche in “Let it shine” che ha come maggior influenza i FREE di Paul Rodgers. - Ehi, cos'è questo casino? - parte "Roll with the punches" dove le chitarrone si fanno più aggressive e si doppiano nel finale con quei caratteristici assoli all'unisono di stampo sudista. Un ultimo momento rilassante con "Times are changin'" anche se l'ugola di Brodie è sempre ben strapazzata e poi "Can't stop rockin'" honky tonk rock'n'roll a manetta, è la lezione di Mr. Chuck Berry e degli AC/DC, sentita cento volte, mille forse, ma che sempre centra l'obiettivo quando è proposta con la passione di questi sei outsiders e ti lascia con la voglia di ripartire daccapo.
In conclusione, prova superlativa e promozione certa per Frank Hannon che è riuscito ad imporre una propria personalità a questo progetto nonostante si tratti di musica comunque già sentita, ormai facente parte della tradizione direi. Questo è il rock americano da più di trent'anni ed è musica che non morirà mai così come accade per un disco di delta blues,  ti da la gioia o ti è vicino nella malinconia, ti fa venir voglia di ballare e di spaccare i timpani dei tuoi tristi vicini. Se non incideranno più poco importa, ci sarà sempre qualcuno che inciderà un disco del genere prima o poi. E vai così.

G_BARONCELLI




MOON DOG MANE: TURN IT UP  (1998)
produced by Frank Hannon

1.Turn It Up
2.I Believe
3.You Turn Me On
4.Peanut on a Plate 5.Sweet Southern Sound
6.Turn the Page
7.Watcha Gonna Do?
8.When I Thing About It Now
9.Let It Shine
10.Roll with the Punches
11.Times Are Changin'
12.Can't Stop Rockin'