lunedì 24 settembre 2012

DEEP PURPLE: Abandon (1998) e la fine di un'era

ABANDON: l'abbandono totale alla musica come dichiarò all'epoca della pubblicazione Roger Glover, anche però gioco di parole col fatto che, uniti più che mai ed in splendida forma, i DEEP PURPLE erano all'epoca "a band on" ovvero una band attiva, positiva, giusta. Letto con gli occhi di oggi risulta essere purtroppo anche l'ultimo album in studio prima dell'abbandono di Jon Lord. Il disco è eccellente sotto tutti i punti di vista, composizione, suono, packaging, il migliore dalla reunion, al pari di PERFECT STRANGERS pensai all'epoca della sua uscita e sono ancora di questo parere.
 


IL CD PROMOZIONALE CONTENENTE ESTRATTI DALL'ALBUM ED UN'INTERVISTA


Vedere i DEEP PURPLE oggi dal vivo può avere ancora un senso?
La band è sicuramente affiatatissima, sulle qualità tecniche naturalmente non si discute, Roger Glover è, negli anni, cresciuto sempre più e "on stage" domina con la sua carica ed il suo suono possente facendo coppia con il vero e proprio "mostro" che è Ian Paice, inspiegabilmente ancora al top, oltre i limiti dell'umano. Se analizziamo la storia del rock però dobbiamo constatare che quelli di oggi non sono i DEEP PURPLE ma forse andrebbero definiti come la miglior cover band mai esistita. E' un pò perfido affermare ciò però è la storia che parla. Alla fine degli anni sessanta il beat ed il rhythm'n'blues bianco si stavano pian piano indurendo sempre più, dagli Yardbirds sarebbero nati i Led Zeppelin, dagli Earth i Black Sabbath, dagli Spice gli Uriah Heep, i DEEP PURPLE avrebbero licenziato il "morbido" Rod Evans per rinforzarsi col diamante grezzo che urlava all'epoca con gli Episode Six, il giovane Ian Gillan. La nuova formazione, anche se non la prima, diventò per tutti quella "originale" e fù l'autrice di capitoli fondamentale per tutto il rock inglese. L'elemento caratterizzante di questa band era il marcato dualismo tra chitarra e tastiere, organo Hammond per la precisione, che si davano battaglia a forza di assoli sul palco. Jon portò la band IN CONCERTO, Ritchie li portò IN ROCK, la classica fusa con l'hard rock ed il r&b, quello divenne il loro marchio di fabbrica.
Dopo l'ascesa arrivò però l'inevitabile declino, l'altalenante successo portò a sostituire ancora la coppia basso/voce fino a che, colpo di scena, anche "the man in black" diede forfait non contento dell'avvicinamento al funky e R&B. Come Taste The Band, l'album con l'americano Tommy Bolin è un capolavoro anche se Speed King è Fireball sono lontane, però è la dimostrazione che i ragazzi possono fare grandi cose anche senza Blackmore che non vuole fare musica "da lustrascarpe" come si espresse egli stesso in una forma, diciamo, poco gentile verso la popolazione di colore e la loro musica. Con la reunion del 1984 però appare nuovamente evidente che i DEEP PURPLE sono loro, Gillan, Blackmore, Lord, Paice, Glover e nessun'altro è come loro. Tant'è vero che quando le nuove beghe interne portano ad un tour con Joe Satriani al posto di Ritchie o ad un penoso album con Joe Lynn Turner al posto di Gillan, la delusione è tanta e l'insuccesso pure. Dopo le ennesime furibonde liti tra Gillan e Blackmore e le figuracce sul palco anche documentate nel video di Come Hell Or High Water arriva il definitivo abbandono del chitarrista e la band "rinasce" con l'innesto del migliore axeman sulla piazza, Steve Morse. L'americano è oggi una delle migliori sei corde in ambito hard rock e fusion e dopo un certo periodo di rodaggio insieme, i cinque raggiungono un impatto sonoro superlativo, con una giusta dose di novità e tradizione.





Al primo appuntamento discografico, nonostante l'alta qualità ed indubbia bellezza di alcune composizioni, la differenza col passato è forse troppo evidente, accentuata anche dalla timbrica di Morse completamente diversa da quella di Blackmore, ma con l'uscita discografica del 1998 di cui vado finalmente a parlare, la vetta è di nuovo raggiunta. Sui palchi di tutto il mondo i nostri eroi hanno raggiunto un'intesa perfetta, le scalette dei concerti non sono più costituite dai soliti immancabili hits ma vengono recuperati praticamente tutti i brani che facevano parte dei vari Machine Head, Fireball, In rock, brani che non erano mai stati suonati prima dal vivo, e probabilmente gran parte della responsabilità di tale blasfemia è da attribuire al bizzoso Ritchie. Uno di questi gioielli, la splendida Bloodsucker, viene addirittura riproposta in chiusura dell'album che voglio recensire oggi. E' un grande regalo a tutti i fans, posto a concludere in bellezza un album, lo ripeto, straordinario, che serve anche a dimostrare al mondo ed a Gillan stesso che la sua ugola è ancora in grado di affrontare tali irti percorsi. PURPENDICULAR non è certo brutto ma innanzitutto è agli occhi di molti l'album che presenta l'impostore Morse, poi il suono è completamente diverso dal passato, certe sonoritò proprio non mi piacciono anche se alcune composizioni sono splendide come l'opener Ted The Mechanic che, ricordo, dal vivo accompagnava un pogo scatenato. Grandi anche Sometimes I Feel Like Screaming e Losin' My Strings, superlativa è poi la saltellante Rosa's Cantina, con armonica ed un grande Lord. Ci sono però anche pezzi imbarazzanti e ABANDON è certo un'altra cosa. 
L'apertura è affidata all'aggressivo cantato di Any Fule Kno That, quasi parlato su un riff all'unisono organo/chitarra sorretto dalla possente batteria di Ian Paice, breve assolo, cambio di tonalità e ripetizione ossessiva.
Almost Human ha un andamento simile con una bella e complicata scala che introduce un bell'assolo di Morse.
Splendida atmosfera con Don't Make Me Happy, che alle prime note ricorda When A Blind Man Cries e poi acquista energia con l'espressivo canto di Mr. Gillan. Uno dei brani più belli che fa da preludio a quello che secondo me è il capolavoro del disco, tastiere paradisiache, esplosione con un grandioso riff, tempo tagliato: così si sviluppa Seventh Heaven che dopo un paio di giri di cantato vede un abbassamento, un assolo in crescendo e nuova esplosione sonora fino al finale. Grandiosa e vagamente "progressiva". Cambi di atmosfera anche all'interno di Watching The Sky, un altro picco creativo dell'album. Gillan passa dalla dolcezza estrema all'aggressione più totale mentre i suoi compagni ci danno dentro che è un piacere. Per ora siamo a 5 su 5, "finalmente" arriva un brano che mi piace un pò meno, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi!
Fingers To The Bone mi piace in effetti meno, sopratutto per la scelta dei suoni anche se il pianoforte a metà è grande, anzi dovrebbe durare di più, svilupparsi e crescere. Comunque è il secondo "lento" del disco ed ha il merito di essere costruito in modo originale.
Passiamo alla divertente Jack Ruby con le urla Gillaniane poste su un cadenzato giro blues alla Moby Dick / Rat Bat Blue.
She Was è invece quasi un riempitivo, meglio Whatsername anche se ha il difetto di contenere uno di quei refrain orecchiabili/radio friendly che odio. Nonostante tutto la band cerca sequenze di accordi fantasiose per mescolare un pò la minestra. Torniamo ai livelli iniziali con 69, che racconta di un periodo magico e Gillan si diverte a citare i vari locali che hanno segnato condizionato la sua crescita artistica, in tutto su un riffaccio prepotente, un suono di chitarra magnfico ed un Paice che pesta come un dannato. Evil Louie ha un testo che può essere criptico o nonsense, decidete voi, musicalmente è valida e permette alla sezione ritmica di divertirsi parecchio. Ed ora teniamoci forte perchè il disco, come detto, si conclude con Bloodsucker ammodernata e tirata a lucido, stupenda, quel riff di organo distorto che è il marcho di fabbrica di Lord, gli assolo botta e risposta con un Morse che si arrampica su scale inimmaginabili e l'ultima strofa cantata in un graffiante falsetto che nessuno avrebbe scommesso mezzo penny potesse ancora essere alla portata di Gillan. Invece Ian era addirittura ancora in grado di proporla dal vivo. 10 e lode.

 
ORIGINALE CD SINGOLO SAGOMATO A CELEBRAZIONE DEL TOUR AUSTRALIANO


Questo capitolo discografico e decine di splendide esibizioni dal vivo diedero la prova che anche senza Blackmore i DEEP PURPLE erano ancora una band da vedere con spettacoli dal vivo freschi e vitali come dimostrano anche le diverse pubblicazioni dal vivo. Sono passati altri quattordici anni però ed il punto debole, purtroppo, è oggi proprio la voce di Gillan che non è più in grado di raffrontarsi con lo storico repertorio. Bisogna sinceramente prenderne atto, anche se devo ammettere che solo pochi mesi fa mi sono ritrovato a navigare famelicamente sul web alla ricerca di eventuali date italiane di un prossimo tour perchè mi era nata una certa voglia di rivederli. Se questo non è amore!
Quando il buon Lord prese la decisione di autopensionarsi forse capì quello che gli altri ostinatamente non vogliono ammettere ed arriviamo al quesito che ponevo in precedenza. Mancando Ritchie Blackmore e Jon Lord, siamo sicuri che i cinque che si accingono oggi a pubblicare un altro album siano davvero i DEEP PURPLE?


G_BARONCELLI


Dedico questo articolo alla grandezza di una band del passato ed alla memoria del loro tastierista, il gentile e geniale Jon Lord.
 



domenica 23 settembre 2012

TAB BENOIT e ANDERS OSBORNE




Voglio parlare un pò di due ottimi musicisti, splendidi chitarristi, grandi performers, molto conosciuti dalle loro parti (provengono dalla Louisiana) ma sicuramente ancora troppo poco riconosciuti da critica e pubblico mondiale. Meritano molto di più e quindi eccomi qui a tessere le loro lodi, cosicché quelle due o tre persone che leggeranno le mie parole potranno per lo meno incuriosirsi e mettersi alla caccia dei loro dischi, spero.
TAB BENOIT è nato a Baton Rouge, nel bel mezzo del bayou, cognome che tradisce le origini francesi, si è fatto le ossa suonando fin dall'età adolescenziale, in lungo e in largo per le wetlands, tra airboats, alligatori e rane toro. Comincia a pubblicare dischi nei primi anni novanta, io mi imbatto in lui acquistando STANDING ON THE BANK nel 1995 e subito rimango molto colpito. L'acquisto è casuale, non conosco l'artista e le notizie sono scarse: non tutti i pezzi mi piacciono, il blues proposto è abbastanza classico, alcuni pezzi sono decisamente funkeggianti e proprio quelli sono i pezzi che mi conquistano. La cover di Goin' Down di Don Nix, versione decisamente esplosiva, Tab ficca i suoi assoli nervosi qua e là, stessa cosa fa in Matchbox Blues e Me And My Guitar. Poi il disco finisce sugli scaffali, gli acquisti sono tanti, nessuna rivista tra quelle che seguo me lo propone ma ogni tanto mi ricordo di riascoltare quella fantastica Goin' Down.
I riflettori non sono puntati su di lui ma naturalmente il giovanotto percorre la sua strada. Continua ad incidere, firma per la Telarc, duetta con Jimmy Thackery e condivide il palco con Cyril Neville, i Double Trouble, Big Chief Monk Boudreaux, collabora con i Lousiana Leroux. Anche qui in Italia sulle riviste saltuariamente appare qualche recensione, il tempo passa e mi imbatto nuovamente in lui con due dischi fantastici, il recente MEDICINE (2011) ed il live NIGHT TRAIN TO NASHVILLE (2008), entrambi assolutamente da avere. Premetto, niente di nuovo, però oggi Tab è diventato un punto di riferimento a New Orleans, depositario del perfetto suono della Louisiana che si è costruito piano piano passando da allievo a maestro, blues, funky, cajun, un pò di zydeco, soul; oggi le sue Telecaster custom hanno un suono pieno e corposo, moderno, leggermente distorto. La bella voce è calda e leggerment roca, non eccezionale ma espressiva, alle volte mi ricorda un pò Jimmy Hall, un altro di cui bisognerebbe parlare, senza raggiungere la sua estensione comunque e decisamente più roca. Me lo ricorda un pò quando si permette, anche dal vivo, qualche ballata soulful solo chitarra e voce, magari qualche cover di Otis Redding.


 
Solitamente non metto links ma lascio a voi l'onere ed il piacere di cercare qualcosa su youtube, sapete che c'è praticamente tutto, ma stavolta per non farvi "perdere" faccio un'eccezione con questo brano, al momento il mio preferito. Si tratta di una cover dei LEROUX, gruppo che spesso fa da backing band per il nostro amico, che tanti anni fà si facevano chiamare LOUISIANA'S LEROUX ed esordivano su vinile nel 1978. Da quel bel disco ecco a voi New Orleans Ladies. Stupenda:
 

 
 
Vagando sul web scopro con piacere che Tab collabora spesso con ANDERS OSBORNE, l'altro personaggio di cui volevo parlarvi. Anders deve essere una persona piuttosto particolare, naturalmente non lo conosco ma l'impressione è quella: nato in scandinavia, lascia presto le fredde terre natie per girare in autostop l'Europa, il Nord Africa e parte dell'Asia. Poi si trasferisce negli Stati Uniti e mette le radici a New Orleans, città che ritiene oggi la sua patria. Esordisce su disco nel 1989 ma viene conosciuto worldwide nel '91 quando pubblica WHICH WAY TO HERE su prestigiosa etichetta Okeh. Buscadero ne parla come di una folgorante sorpresa ed io lo acquisto subito. Incredibile. Il disco è splendido, sembra quasi il miglior disco dei LITTLE FEAT dai tempi di DIXIE CHICKEN!
 
 
 
Eh si, il sound è proprio quello della BIG EASY, blues molto ritmato, percussioni, backing vocals, slide guitars, hammond, qualche fiato qua e là. Il ragazzo è perfettamente calato nella parte e pian piano, col passare degli anni, mette a segno una serie di lavori azzeccatissimi, travolgenti come quel LIVE AT TIPITINA o l'ultimo AMERICAN PATCHWORK. Veramente l'ultimissimo è uscito proprio quest'anno e si intitola BLACK EYE GALAXY. Non l'ho ancora ascoltato ma non credo ci possano essere sorprese negative, acquistate uno qualsiasi dei suoi lavori e non rimarrete delusi, anche se il mio preferito resta ancora WHICH WAY TO HERE. Dieci tracce originali sorprendenti ed una più bella dell'altra. Oggi lo si vede con barba lunghissima, i capelli biondastri sempre spettinati, pieno di tatuaggi, trasandato e con al collo bellissime chitarre "scorticate".
Mi piacerebbe vederli dal vivo, entrambi: intanto seguiamo la loro musica ragazzi, lo meritano
 
G_BARONCELLI
 
 
 
 
 

ANDERS, IL DOTTORE, TAB ED IL LEGGENDARIO JIMMY HALL!!!

  
TAB BENOIT, CIRYL NEVILLE, ANDERS OSBORNE.  


 

sabato 22 settembre 2012

HAVANA BLACKS: INDIAN WARRIOR (1988)


HAVANA BLACKS: INDIAN WARRIOR (Parlophone 1988)

Lessi la recensione di questo LP all’epoca della sua uscita (quasi venticinque anni fa) su una rivista che si occupava di heavy metal: il recensore di turno, sorpreso dal fatto che nonostanze la provenienza finnica i quattro rockers proponessero un calorosissimo sound, si sperticò in elogi descrivendoli come una magnifica nuova proposta in campo southern rock destando quindi la mia curiosità che non riuscii però ad appagare per svariati anni. Poi un giorno venni finalmente in possesso di una copia originale finlandese di questo ottimo lavoro, edita su etichetta Parlophone. PRIMO: il disco è bello, ben suonato, ben registrato, ben prodotto, piacevolissimo SECONDO: se per southern rock si intendono influenze Allman, Skynyrd, Blackfoot o almeno ZZ Top il disco NON è southern rock. Non può bastare infatti il monicker a confondere chi recensisce per mestiere: ci sono poche similitudini anche coi coevi GEORGIA SATELLITES. A me vagamente hanno ricordato, anche se in minima parte,  gente come ALLGOOD oltre a tutto l’hard rock metal americano più bluesy di quegli anni, ovvero GREAT WHITE, LITTLE CAESAR ed altri. Comunque il genere poco importa, il disco è bello energico e corroborante anche se l’affondo vero e proprio arriva solo con l’ultimo pezzo del lato A. Come parte sembra di ascoltare una cover di Paul Rodgers, assomiglia veramente molto allo stile del “divino”, anzi adesso che l’ascolto meglio mi viene il dubbio e vado a controllare i credits sull’etichetta: no, l’hanno proprio scritta loro, eppure quell’andamento della batteria in stile tardi FREE …. Il pezzo parte dal basso, cresce piano piano, poi c’è un abbassamento, poi l’esplosione, Guts, il cantante esplode in urla ed ululati, veramente molto espressivo, poi l’assolo furioso, un altro abbassamento e la seconda esplosione col finale, questo ragazzi è uno dei migliori brani che la BAD COMPANY abbia mai inciso!  Però l’hanno proprio scritto Guts Leiden e soci accidenti. Mentre lo ascolto per la terza volta di fila mi concentro e cerco di passare in rassegna mentalmente la discografia solista di Paul “THE VOICE” Rodgers, ha un vago sapore di Live For The Music, no assomiglia a Wild Fire Woman, forse qualcos’altro, comunque non si tratta di plagio ma semplicemente di affinità di stile. Quel che conta è la bellezza della canzone, veramente eccellente, che da sola vale lo sforzo per cercare da qualche parte sul web questo disco. Se lo cercate in vinile potreste trovarlo per una manciata di eurini come per alcune decine, dipende dalla fortuna!

G_BARONCELLI



giovedì 20 settembre 2012

CAVALLI DI RAZZA: FIVE HORSE JOHNSON


Un Johnson da 5 CV non credo sia un gran motore, non sono certo un lupo di mare ma credo proprio di non sbagliare. Non conosco il motivo che ha portato Eric Oblander (voce ed armonica) e soci alla scelta di tale monicker al momento della nascita negli ormai lontani primi anni novanta ma, FIVE HORSE JOHNSON, sono tutt'altro che dei "brocchi", anzi sono autentici cavalli di razza o forse, più che purosangue da corsa, direi possenti cavalli da tiro, un quartetto capace di dispensare mazzate a destra e manca da quasi vent'anni. La loro discografia non conosce ad oggi cedimenti ed incertezze ed è costituita da cinque albums (presto saranno sei) fieri, agguerriti, selvaggi e ben prodotti, tutti su etichetta SMALL STONE più un raro mini di esordio che conservo gelosamente nella mia discoteca. Un pezzo ormai raro, stampato in pochi esemplari dalla minuscola SIN KLUB ENTERTAINMENT per avere il quale, ammesso che lo si trovi in vendita, bisogna sborsare oggi diverse decine di eurini. Brutale minimal-boogie registrato dal vivo al Griffin's Hines Farm di Toledo, OHIO, glorioso locale del quale viene fieramente narrata la storia completa nelle note di copertina e dal quale è passata gente del calibro di BB King, Count Basie, Jimmy Reed ed il maestro di boogie John Lee Hooker.  Oddio, le cose migliori 5HJ le hanno partorite pochi anni dopo per cui questo, come il successivo esordio sulla lunga distanza, non sono proprio fondamentali se non siete collezionisti come il sottoscritto. Se le finanze sono limitate invito ad investire su altri titoli, ad esempio THE N°6 DANCE, ad oggi il loro "manifesto", ovvero il disco che contiene tutti gli stilemi del quartetto, la definizione perfetta del loro hard boogie stoner, chitarre pesanti, ritmica potente, voce ghiaiosa, inserti di armonica, il tutto completato da un ottimo songwriting, perfetta produzione e grafica adeguata. THE N°6 DANCE, il terzo album, uno dei più trascinanti albums di tutto il 70's revival anni novanta è quindi il disco che fa innamorare della band ogni amante della buona musica sanguigna e ruspante.

 
Già con l'esordio, DOUBLE DOWN (Small Stone 1997) prodotto dal leader dei RAGING SLAB Greg Strzempka, avevano centrato l'obiettivo presentando alle masse, grazie all'ottima distribuzione garantita dalla label di Detroit, il loro possente boogie. Bel disco, ricordo volentieri People's Jam, quel lungo pezzo che sembrava un outtake dei lisergici STEPPENWOLF e l'ossessiva Wash Your Hands. FAT BLACK PUSSYCAT (SS 1998) migliora il suono e prepara il terreno al masterpiece di due anni dopo. Pausa un poco più lunga ed ecco nel 2003 la pubblicazione di THE LAST MEN ON EARTH che non delude affatto anche se nel complesso mi sembra che si allinei un pò con la produzione stoner standard. E' vero che, sfumato l'effetto sorpresa, il perseverare verso una direzione ben definita e priva di qualsiasi cambio di rotta può portare ad un calo creativo ma, se si hanno le carte in regola e non si ha fretta di pubblicare dischi a raffica, si può riuscire a mantenere più che dignitoso il profilo artistico. Altri tre anni precedono la pubblicazione dell'ancora ottimo THE MISTERY SPOT che centra di nuovo l'obiettivo avvolgendo il suono con una patina vagamente psichedelica e proponendo un ritorno al blues con pezzi eccellenti quali Rolling Thunder, Feed That Train o Keep Your Prize oppure accenni acustici un pò alla LED ZEPPELIN in Ditch Diggers. Altro punto di forza da segnalare è la partecipazione di Jean Paul Gaster dei CLUTCH alla batteria, che da una mano dopo l'abbandono di Mike Alonso ed impreziosisce le dodici tracce proposte con la sue notevoli capacità. L'ultimo disco fino ad oggi pubblicato merita di essere preso in considerazione se pensate all'acquisto di un degno "compagno di scaffale" per quel meraviglioso ballo numero sei.


ERIC OBLANDER

Poi un lungo standby, durato anche troppo, ma oggi Eric Oblander, Brad Coffin e Steve Smith hanno pronto un nuovissimo lavoro intitolato THE TAKING OF BLACK HEART, uscita prevista per il 29 Gennaio 2013, che spero saprà confermare quanto di buono è stato fatto in questi anni e magari, chissà, stupire positivamente. Le registrazioni sono state completate ancora con Gaster anche se è già stato annunciato l'inserimento di un batterista stabile, l'etichetta è ancora la Small Stone, lo stoner sembra aver esaurito gran parte della propria creatività ed è un pò passato di moda ma, se buon sangue non mente, tra qualche mese sarà di nuovo il momento di mettere sul piatto (come si diceva una volta) FIVE HORSE JOHNSON.
THE ROLLING BLUES REVUE attende con impazienza!
 
G_BARONCELLI


L'ANTEPRIMA DEL NUOVO DISCO

YESTERDAY AND TODAY: S/T (1976)





YESTERDAY AND TODAY (1976) è un disco travolgente, un esordio che combatte ad armi pari con i più famosi debutti di VAN HALEN (1978), MONTROSE (1973) o TED NUGENT (1975) in quanto ad energia, tecnica e feeling. Ogni serio cultore di hard rock e rock'n'roll in genere dovrebbe secondo me procurarsi una copia di questa eccellente e mai eguagliata prova discografica magari accaparrandosi la versione originale in vinile, pubblicata su LONDON RECORDS e per quanto ne so mai ristampata; scopro ora che anche la mia copia compact, l'originale su MONDO RECORDS (MRC 10010) che risale al 1992 è piuttosto difficile da reperire e se la si vuole bisogna sborsare oltre 100 dollari anche sul web (260 per la precisione su amazon per una copia giapponese!).
Tralasciando il lato venale passiamo a quello artistico che è quello che naturalmente maggiormente ci interessa in questa sede e che mi ha spinto a parlare della band di Dave Meniketti. Parecchi anni fa, impressionato più che favorevolmente dall'ascolto di BLACK TIGER (A&M 1982) acquistai il CD e subito cuore e timpani si riempirono di gioia e fui travolto dalle chitarre di Meniketti e Joey Alves e dalla tuonante ritmica di Leonard Haze e Phil Kennemore. Haze è il tipico batterista che si fa riconoscere in mezzo a cento "mazzuolando" a dovere le pelli dei propri tamburi, ha il tuono nelle mani (alla Cozy Powell per intenderci) ed insieme al bassista tiene testa alle vorticose note dei due chitarristi. Meniketti poi è dotato anche di una voce molto particolare, ottima estensione con quel leggero tremolìo che lo rende unico, non è né Gillan né David Lee Roth e non è neanche così selvaggio come il pazzo "hunter" che ho citato in apertura ma da valore alle composizioni, nove potenti pezzi carichi di energia e feeling. La fama è stata raggiunta più tardi, negli ottanta, e la classifica è stata scalata con pezzi come Summertime Girls, bel video clip certo, ma niente di più. Nel primo disco invece troviamo composizioni di valore assoluto come Fast Ladies, la varia Game Playing Woman, la stupenda ballad intitolata My Heart Plays Too, l'ottima Animal Woman cantata a due voci e così via fino alla chiusura affidata a Beautiful Dreamer, signore e signori un eccellente brano, ritmica al solito superlativa, un incedere fiero ed una splendida melodia su una sequenza di accordi "spagnoleggiante" che si ficca nella testa e vi rimane ben oltre i 5' e 34" dell'effettiva durata, breve assolo, nuovo ritornello e poi mentre Haze cerca di sfondare le pelli dei malcapitati tamburi, Meniketti brucia la sua anima con un lungo e travolgente assolo senza fine, tirando allo spasimo quelle sei povere corde (chi si ricorda The Rocker dei THIN LIZZY alzi la mano), fino all'epilogo che lascia la voglia di rimettere da capo il pezzo per godere nuovamente allo stesso modo.
Più tardi sono arrivate le paillettes, le permanenti, i videoclips e la classifica: nel 1976 YESTERDAY AND TODAY erano pura dinamite e mi è parso giusto ricordarli su queste pagine. Buon ascolto.
 
G_BARONCELLI
 
 
 
 

lunedì 10 settembre 2012

LA FUTURA: ZZ at the TOP!!!

 
ZZ TOP è sempre stata una band al passo coi tempi. Ogni uscita discografica è caratterizzata da un suono perfetto per l'epoca di pubblicazione, dai primissimi anni settanta ad oggi quello che è rimasto invariato è il minimale rock blues texano, ruvido e selvaggio quanto basta, iniettato di hard rock con l'avvicianarsi degli anni ottanta e poi incredibilmente sorretto da una ritmica (fin troppo) elettronica che ha però fruttato il grande successo commerciale presso il grande pubblico di albums quali Eliminator o Afterburner. Successo pienamente cavalcato a forza di videoclips pieni di barbe ed abiti scintillanti, aggressive road racers e custom guitars il tutto condito da esplosive donnine che come tutti sanno "are crazy about a sharp dressed man". Mai nessun cambio di formazione, mai nessuna variazione nella composizione sempre a base di blues anche quando l'elettronica lo mascherava pesantemente. Dopo più di quarant'anni di carriera certo qualche ripetizione, sicuramente alcuni albums non indimenticabili ma da quando c'è stato il riavvicinamento verso le radici a fine anni novanta tutto è andato sempre meglio fino alla sorpresa discografica che esce proprio in questi giorni, lo splendido La Futura, un album bellissimo e perfetto, sicuramente tra i loro migliori di sempre e col quale possono competere probabilmente solo Tres Hombres o Fandango. Il suono è completamente figlio del nuovo millennio ed allo stesso tempo ruvidissimo e potente. Se dal vivo l'energia e la presenza non possono più essere quelle di un tempo, la magia dello studio di registrazione ed un songwriting eccellente, lo ripeto al top, hanno permesso ai tre hombres di confezionare un disco che come entrerà nel lettore di un qualsiasi amante del rock blues difficilmente ne uscirà nelle successive settimane. Questo effetto ai giorni nostri non è facile da ottenere, a me negli ultimi anni è successo raramente, e non parlo da fan visto che anch'io avevo un pò perso di vista la band che era riuscita ad attrarre nuovamente la mia attenzione solo con gli ultimissimi lavori, ma oggi mi colpisce direttamente al cuore. Che faccio, parlo subito della traccia numero 8, bellissima, una delle loro composizioni più belle di sempre? No, partiamo dall'inizio.
I Gotta Get Paid, ruvido bluesaccio quasi parlato, suono strepitoso e selvaggio derivato da quel Fat Possum sound che qualche anno fa ha cambiato le carte in tavole in ambito blues. Splendidi stacchi, voce ruggente, basso cavernoso, brevi assoli qui e là, stacchi improvvisi, finale tronco. Ricorda un pò Broke Down On The Brazos dei GOVERNMENT MULE, brano che guarda caso è stato impreziosito proprio dalla partecipazione di Bill Gibbons. Il migliore dei biglietti da visita. Improvvisamente parte Chartreuse che sembra Tush, il riff è proprio quello, inalterata la carica, sicuro il coinvolgimento. Sembra ancora lo stesso riff, rallentato, invece è partita Consumption, ancora con quel suono assassino che scaturisce dalla Gibson di Bill che si diverte ad "infastidire" i timpani dell'ascoltatore; prima un pugno nello stomaco poi la carezza di Over You, forse il sound più romantico ascoltato su un album marchiato ZZ TOP. I primi quattro brani erano già stati presentati sull'EP Texicali di qualche mese fa, d'ora in poi la novità è totale: eccellente mid tempo con tanto di backing vocals e blues harp protagonista. Musica già sentita su e giù per le highways texane ma eccellente, questo è I Don't Wanna Lose, Lose You che appartiene al filone di Beer Drinkers & Hell Raisers. Pausa inesistente ed ecco il riffaccio alla Alright Now di Flyin' High, che procede con un vago AC/DC style e sfocia in un memorizzabilissimo refrain da FM, singolo perfetto per un successo sicuro. Massima attenzione gente, siamo alla otto e, come anticipavo prima, c'è da godere alla grande. Questa canzone da giorni non mi esce dalla testa, bella è un aggettivo semplice ma perfettamente calzante, vagamente malinconica, parte con la stessa sequenza di accordi di una delle canzoni più belle della storia, la famosa House Of The Rising Sun, poi cambia e si mescola col blues. Bello il refrain, bello e super effettato il primo assolo, poi ritorna la roca voce di Bill che recita "it's to easy it's so easy to feel good". Secondo assolo a riempire i cinque minuti scarsi più memorabili degli ultimi anni, non godevo così dai tempi di Banks Of The Deep End del signor Warren Haynes. Questa signore e signori è It's So Easy Maňana dei texani ZZ TOP!!! Ci avviamo purtroppo alla fine ma tanto ormai è impossibile attendere di meglio, comunque gli ultimi due brani non sono sicuramente dei fillers ma altri due ottimi esempi di come si possa tenere fede alle intenzioni della band che tramite Gibbons dichiarava mesi or sono di voler tornare alle atmosfere dei primi albums senza voltare le spalle alla tecnologia. Due classici rock-blues, più tirata Big Shiny Nine, un pò più lenta Have A Little Mercy, alla Waiting For The Bus direi, con tanto di finale tipicamente blues.
Non saprei cos'altro raccontarvi su quest'ultima fatica del trio Texano, dopo nove anni dal precedente lavoro hanno veramente tirato fuori dal cilindro un vero masterpirece, complice la sapiente mano di Rick Rubin alla consolle, non resta che correre ad acquistare il CD/LP, accendere lo stereo e ... rendere i vicini partecipi della vostra gioia.
Adiòs.
 
G_BARONCELLI